Riccardo Medici su riccardomedici.net

Narrativa – UN’IMPROVVISA COSA FELICE di Silvia Greco. Ed. Hacca

Intrigante. Che cos’è la letteratura? No, non lo so, son troppo ignorante per dare una risposta valida a questa domanda. Posso dire però che, ad occhio e croce, un libro , per essere un buon libro, dovrebbe avere elementi drammatici, altri comici, un pizzico di giallo, una pennellata rosa e, soprattutto, rappresentare in modo fedele l’epoca descritta. Poi sì, anche avere un buon titolo e una bella copertina aiuta.
“Un’improvvisa cosa felice” di Silvia Greco (Hacca edizioni 2017) ha sicuramente un bel titolo ma, lo ammetto, prima di tutto, mesi fa, mi colpì la copertina. Trovo il cavallo a dondolo, con le rotelle, di una simpatia irresistibile. Così non si contano le volte in cui entrando in libreria ho preso in mano il volume per cercare di capire di cosa si trattasse. Perché se la copertina ritrae un giocattolo, il titolo poetico non ha nulla di infantile anzi è un po’ ermetico, mentre la sinossi parla di persone e vite che si spezzano, di rese al dolore… ohibò! Così ogni volta ho rinunciato all’acquisto.
Alla fine, però, mi sono ritrovato nella splendida cornice della Mondadori di Via D’Azeglio, Bologna, alla presentazione di “Un’improvvisa cosa felice”. Un bel po’ prevenuto, aggiungo. Mi aspettavo non so perché una di quelle chiacchierate dottissime, dove ti senti davvero schiacciato dalla esibizione di cultura dell’Autore e del Relatore, e rimpiangi di non aver scelto come hobby la pesca della balena bianca.
Temevo poi che si sarebbe parlato del Senso della Vita, del Senso della Morte, quando io ancora mi chiedo che senso abbia mettere assieme cioccolato e menta per fare gli After Eight.
Invece no. Silvia Greco ispira una immediata simpatia, e sa “tenere” molto bene il pubblico: infatti poi scopri che ha fatto per anni cabaret con un trio, “Le Spaventapassere”. Arturo Balostro dialoga con lei in modo elegante, splendido padrone di casa. Entrambi, poi, son riusciti nella non facile impresa di parlare con leggerezza di temi che leggeri non sono. Così ho scoperto che il libro è un controcanto fra due storie parallele, i cui personaggi -segnati da lutti importanti- sono destinati sì a incontrarsi, ma senza che ne nasca poi una storia d’amore. Quel che mi ha conquistato è stata una frase di Silvia, che riproduco come posso: “quando si perde una persona cara, si finisce per essere come su di un cavallo a dondolo: ci si dondola in quel dolore. Invece bisogna uscirne, mettere le ruote al cavallino e andare”. Alla fine il libro l’ho comprato e l’ho letto in un giorno.
Si parlava di letteratura. Il libro è godibilissimo e, pur presentando personaggi che si può ben definire “ai limiti”, descrive molto bene la realtà attuale. Suggestionato dalla copertina, durante la lettura ho avuto spesso la sensazione di trovarmi… a cavallo d’un cavallo a dondolo! Ogni volta che il racconto sembrava prendere la rincorsa per puntare decisamente in un senso, ecco che improvvisamente una forza uguale e contraria lo riportava in una direzione mediana. Ciò che rende il testo così riuscito è appunto la capacità di condurre la narrazione mantenendola in equilibrio: non si scade mai nel trash, pur sfiorandolo, non si sceglie mai la via del lirismo fine a sé stesso, anche se ci si arriva a un passo (vabbè, tranne che nel finale, ma lì tutto è concesso). Non si esagera nell’aspetto comico, ma questo è sempre presente, come un fiume carsico, anche quando le vicende narrate sono davvero tristi. Il linguaggio è originale, ma senza cedimenti a sgangheratezze che sono sicuramente efficaci a una prima lettura, ma lasciano poi il tempo che trovano. Nemmeno troppo grotteschi sono i personaggi: eh sì che ce ne sarebbe di materiale! Nino, narrato in prima persona, è un ragazzo ritardato, Marta una giovane irrequieta, e si incontreranno perché Nino ritaglia e colleziona i visi delle modelle dai giornaletti porno che gli regala il cugino, mentre Marta si ritrova ad essere una di queste, quando il suo viso viene utilizzato fraudolentemente per un fotomontaggio.
Pur senza diretti riferimenti all’attualità, la narrazione rende molto bene quello smarrimento che sembra essere la nota dominante dell’uomo attuale. Alla fine gli unici personaggi completamente positivi, assunti al rango di deus ex machina, risultano essere i nonni fricchettoni di Marta. Questo rende ancora più evidente la mancanza di una minima tensione verso l’alto, verso una qualche dimensione superiore che possa aiutare i protagonisti a riscattarsi da una realtà così vuota di prospettive e significati. Mettendo assieme tutti questi spunti, è evidente che “Un’imprecisa cosa felice” è sicuramente un testo non banale, che descrive la realtà usando diversi registri, e si presta a riflessioni profonde: in questo senso per me è sicuramente un testo letterario, al quale auguro ogni fortuna.
Alla fine, come dicevo, non sarà l’amore a trionfare, ma la poesia, in un finale dolcissimo e surreale. E io che non ho pianto quando meno di un anno fa è morto mio padre – non ho pianto perché in fondo la morte è una cosa naturale e logica – mentre  leggevo nell’Epilogo che le persone che se ne vanno “ci lasciano un sorriso”…. sì, in quel momento finalmente ho pianto. Grazie Silvia!

Federico Audisio intervista Silvia Greco

Chef Book – Ti cucino un libro, puntata 60, 30 agosto 2017

CHEF BOOK è la nuova trasmissione di Rete 7 condotta da Federico Audisio, in onda a partire dal 6 luglio 2016.

Un format innovativo, rivolto a un pubblico eterogeneo e strutturato in modo da coinvolgere anche telespettatori in genere disattenti ai libri.
Realizza una comunicazione televisiva tramite il racconto del libro preso in oggetto, un racconto del racconto, e l’intervista all’autore gestita in maniera incalzante e arguta. L’effetto è quello di una scoperta avvincente, molto diversa dalle solite presentazioni di libri.

Su Rete 7, il mercoledì alle ore 20.00 (repliche il sabato alle ore 13 e il martedì alle ore 23)

Cartografia Letteraria a cura di Colla e The Catcher

Un’imprecisa cosa felice, di Silvia Greco
Regali, canzoni e morti sbilenche: l’infografica del libro

Particolare della copertina (Hacca edizioni, 2017)

Un’imprecisa cosa felice (Hacca edizioni) è la vicenda di un esordio che ha richiesto vent’anni. Eppure questa non è la solita storia dello scrittore che, dopo anni e dopo migliaia lettere di rifiuto da editori, arriva faticosamente alle stampe. Qui si tratta del caso opposto: le prime pagine — scritte per l’appunto venti anni fa — catturano l’attenzione di Hacca Edizioni, ma l’autrice non se la sente di portare a termine quel libro. Il lavoro da volontaria al Salone del Libro di Torino del 2016 le fa scoprire quell’urgenza che prima le mancava. Fra le vacanze e delle ferie apposite riesce a terminarlo e a pubblicarlo.

Già il titolo si pone come un guanto di sfida: saranno riusciti i cartografi a rintracciare uno schema, a trarre un’infografica da Un’imprecisa cosa felice?

I nostri si sono dunque lanciati in questa avventura iniziando col giocare a rintracciare i paesini inventati dalla scrittrice. Poi si sono fatti prendere dall’atmosfera di nobile infantilità e si sono messi a contare regali e tutte le cose felici che incontravano. Ma non potevano trascurare la seconda componente del binomio alla base di questo libro: quella della morte, ma una morte incredibile, beffarda e risibile, definita felicemente una tragedia sbilenca. Una morte toccata con la delicatezza di un bambino che sogna che il suo cavallo a dondolo possa correre lontano.

Testo e dati: Marco Bonavia
Ideazione e realizzazione grafica:
Alice Rebolino
In collaborazione con:
Colla

Quando gli oggetti a noi più cari si spezzano, si ammaccano, smettono di funzionare, di colpo diventiamo immobili e tristi. Ma cosa succede quando sono le persone a rompersi, magari in modo ridicolo, assurdo, con partenze stupide e improvvise? Un’imprecisa cosa felice racconta imprevedibili risvolti nelle vite strampalate di Marta, di suo zio Ernesto e di Nino. Storie di chi resta e non si arrende al dolore, di chi riesce, nonostante tutto, a farsi accecare dalla meraviglia. Specie se fuori ci sono un prato verde e un sole buono a scaldare.

Dalla quarta di copertina di Un’imprecisa cosa felice, Silvia Greco (Hacca edizioni).


Infografiche letterarie è una rubrica per maniaci lettori e infaticabili cercatori. Ogni tanto, ci occupiamo di esordienti e lo facciamo sotto la direzione artistica di Francesco Sparacino che, oltre a essere il cofondatore di Colla e dell’agenzia letteraria Pastrengo, è nato a Palermo nel 1981, si occupa da anni di scouting e editing per la narrativa italiana.

ARTICOLI ORIGINALI:
https://thecatcher.it/imprecisa-cosa-felice-greco-hacca-f58ac53dda6a
http://www.collacolla.org/?p=5119

SCARICA L’INFOGRAFICA QUI

Alice Pisu su Repubblica Parma

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Il viaggio nell’editoria indipendente di Alice Pisu (Diari di bordo) approda al nuovo romanzo di Silvia Greco, edito da Hacca, presentato sabato 17 giugno in libreria, che racconta la precarietà di esistenze che sanno ancora vedere la bellezza nelle piccole
cose, quelle per cui vale la pena vivere

È un’imprecisa cosa felice la vita, a volte, quando si assaporano momenti di cui non si ha consapevolezza della brevità, quando basta una marmellata con l’etichetta storta per sistemare giorni bui o un viso ritagliato da una rivista per immaginare il proprio sogno dagli occhi con i girasoli dentro. Un’imprecisa cosa felice che dura un istante e può svanire nei modi più impensati, anche ridicoli, come scivolare per la cacca di un cane per strada, cadere dalla scala mentre si cambia la lampadina del bagno, o inciampare nel filo del Folletto di cui si sta facendo la dimostrazione a casa di una coppia di testimoni di Geova per poi precipitare dall’ottavo piano. E morire così, di una morte che può far ridere solo chi non è dentro quel dolore.

Sono le storie raccontate da Silvia Greco nel suo nuovo romanzo edito da Hacca, “Un’imprecisa cosa felice“, incentrate su due protagonisti appena adolescenti, Marta e Nino, inconsapevoli del filo che li unisce in quella vita strampalata fatta di attese. Ogni singolo personaggio descritto da Silvia Greco sembra, infatti, in attesa di qualcosa: in attesa di un padre diventato solo un vago ricordo d’infanzia; in attesa di una nuova avventura seguendo lo zio cabarettista e di un nuovo amore per lui anche se ha le fattezze di una sessantaseienne in carne con le gote rosse e un gatto immaginario di nome Sebastien; in attesa di conoscere un giorno la ragazza-orecchie ritagliata con cura dai giornaletti porno passati di soppiatto dal cugino, per idolatrarne il viso e custodirlo con cura in un quaderno. È l’attesa di incontrare la felicità, con la convinzione di saperla riconoscere attingendo a qualche ricordo lontano dell’infanzia, quando bastava rifugiarsi nell’ospedale dei giocattoli con quella zia che era come una madre, o perdersi nel proprio mondo fatto di storie inventate e mondi immaginari.

Un altrove così alienante da confondersi col reale per Nino, additato sin da piccolo come “lo scemo”, quello che si incanta a guardare nel vuoto e sa viaggiare anche da fermo, come se perdesse il contatto con la realtà aveva notato la maestra, l’unica a coglierne le potenzialità aiutandolo a scoprire i romanzi d’avventura e perdersi in quelle storie la sera, prima di dormire. “Non è vero che sei scemo, sembri molto più intelligente di quando eri piccolo, si vede che ti ci è voluto un po’ più di tempo degli altri”, gli ripete suo padre, quello riapparso all’improvviso dopo anni di assenza in Germania, a produrre würstel vegani e rifarsi una famiglia. Un’esistenza fatta di piccole cose, a incartare le uova per conto di sua madre, a pensare che le foglie non cadono per il vento e fantasticare sulla ragazza della rivista, l’unica di cui gli importi, quelle vere non gli interessano.

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In quel piccolo mondo tra Galletta e Tricello ci sono madri, come quella di Marta, nate vecchie e mai state leggere, che sacrificano le proprie ambizioni per trasmettere devozione a figli nati presto e cresciuti da sole elevando un muro inespugnabile intorno, fatto di cure e protezioni estreme (“Per questo ti amerò fin dentro le viscere, piccola mia. Vieni qua, dai un bacio alla mamma. Non metterti le dita nel naso. No, non puoi andare a giocare in cortile, fa freddo. Dammi subito quella vite arrugginita, ma dove diavolo l’hai pescata? Ti sei lavata le mani, i dentini? Ora a letto che sono già le otto”) nell’illusione di poter controllare e proteggere un’esistenza fragile. Poi ci sono altre madri, quelle non biologiche, con cui giocare a gara di stelle col naso all’insù sperando di vincere il “buono vizi 24”, fare fototessere con linguacce e occhi storti da attaccare ai vasetti di confettura, imparare a prendersi cura di qualcuno imitando l’amore ricevuto, rifugiarsi nell’illusione di fermare quei momenti e renderli senza fine.

Ci sono anche altri padri in quel microcosmo raccontato da Greco, quelli veri ma assenti, inesistenti sino al giorno in cui possono riapparire all’improvviso, altri che sono spariti non appena hanno scoperto di aspettare un figlio, e altri che da zii cercano di colmare i vuoti, giocando a sentirsi Clark Gable, un po’ alcolizzati e impulsivi ma capaci di trasmettere alla propria nipote che a volte può bastare un paesino di mare come destinazione, una scorpacciata di ricci e la vista delle stelle come programma, e un viaggio in macchina con su The best of Sanremo ’50-’60 per avvicinarsi il più possibile a un’idea di felicità.

In quelle storie solo all’apparenza minime, Silvia Greco racconta che nulla accade mai per caso. Con narrazioni che paiono tocchi brevi e leggeri dimostra che, in fondo, quel quadro di normalità che ognuno rincorre con i propri mezzi non esiste, è un’illusione, perché si scontra con l’impossibilità di andare nella stessa direzione dell’altro, o con i casi della vita capaci di infrangere un sogno in un istante, anche nei modi più ridicoli e per questo più dolorosi perché inaccettabili. Allora scrivere può diventare una via possibile per raccontare quella lacerazione, facendo sì che quelli che un tempo erano solo ricordi diventino memoria. Immagini slegate da volti e da luoghi attraversano la mente: scrivere, come sostiene Annie Ernaux, significa “attingere a questo serbatoio di ricordi per nutrire la trama di una storia inventata”. Scrittura che, come la poesia, può essere limitata all’essenza delle cose perché, come sosteneva Marcel Proust, “si è sempre ben ispirati quando si parla di quello che si ama. La verità è che non si dovrebbe mai parlare d’altro”. Anche quando non resta, all’apparenza, che la solitudine, anche quando sembrano mancare le vie d’uscita sopravvivendo in una precarietà non solo economica ma, soprattutto esistenziale, l’antidoto può essere scrivere, come scriveva David Foster Wallace.

L’illusione che Silvia Greco restituisce al lettore attraverso le sue pagine è che, nonostante tutto, anche quando si vive la sensazione di trovarsi alla deriva, si possa riuscire ancora a provare il senso di meraviglia, proprio attraverso le piccole cose, quelle che restano indelebili nel ricordo. È questo forse, scrivere, e imparare a vivere tenendo fede a quell’illusione. È un’imprecisa cosa felice la vita, quella raccontata da Fernando Pessoa nei gesti minimi che raccontano senza sapere, quella di Henrik Nordbrandt, poeta danese che nel 1972 scriveva: “Talvolta delle piccole cose ci fanno felici/ senza motivo:/ Il secchio di latta ammaccato nella pioggia di primavera/ sotto il ciliegio in fiore/ subito prima che il cielo schiarisca./ O le bottiglie di vino rosso/ che abbiamo gettato dalla finestra ubriachi la notte scorsa /subito dopo…/ E talvolta le stesse cose ci rendono infelici/ per lo stesso motivo”.

Articolo originale qui:
http://libri-parma.blogautore.repubblica.it/2017/06/14/unimprecisa-cosa-felice-silvia-greco/

Andrea Sirna su Un antidoto contro la solitudine

Tamponare il dolore in seguito a un lutto non è mai semplice. Ci sono vite dedicate alla commiserazione e al ricordo di chi ci ha lasciato. Ci sono vite in cui questo dolore non viene mai arginato.

Come ci comporteremmo di fronte a una morte inaspettata sarebbe meglio non saperlo o, nel peggiore dei casi, ricordarlo. Nel caso invece di una morte tragicomica, una di quelle che solo i cartoni animati sanno mostrarci, l’esperienza potrebbe complicarsi ulteriormente.

Queste sono le premesse di Un’imprecisa cosa felice, il romanzo d’esordio di Silvia Greco edito da Hacca edizioni e arricchito dalla delicatissima illustrazione di Maurizio Ceccato.

Quelle di Marta e di Nino sono due vite che con la morte hanno un rapporto molto stretto. Sono due anime bizzarre le quali camminano in un mondo privato, intimo, capace di oscurare la realtà e di far perdere coloro che nella disillusione cercano il conforto.

Marta e Nino hanno perso in maniera ridicola una parte di loro stessi, rimanendo da soli, con qualche giocattolo rotto tra le mani.

La Greco accoglie con onestà queste figure orfane, accoglie il lettore con un misto di ironia e leggerezza difficile da mantenere di fronte la morte.

Un’imprecisa cosa felice è il trovare il nostro posto nella vita di tutti i giorni, cercando di rialzarci, sempre con positività ma senza che un misto di rimpianto e melanconia ci possa scappare.
Siamo noi soli, neanche le persone del nostro futuro sembrano potere aiutarci, non quando queste non toccano le nostre esperienze, le nostre anime.

Gattoso per Marta voleva dire la cosa più bella di tutte le cose belle, quando di colpo ti fidi dell’intero universo e allora ti strusci e fai le fusa e dai le nasatine contro il mondo e ogni vibrassa è in sintonia con i pianeti e le pance sono morbide e calde e profumano di casa e pane appena sfornato e se mi scegli io ti scelgo perché è così che deve andare.

Sono le immagini a colpire, piene di dolcezza, fatte di una scrittura calibrata senza che questa debba scomodare il famoso “stile cinematografico”. Piccole polaroid, non sempre felici, impossibili da cancellare anche dopo la lettura.

Le immagini forti si possono costruire sono con abilità e coinvolgimento e grazie a queste, nonostante mi sia ritrovato tra le mani un libro lontano dalle mie solite letture, sono rimasto abbastanza soddisfatto.

Di fronte a una trama incastrata con troppa precisione, prendere atto di quanto la nostra felicità possa dipendere dalla bellezza del mondo, dei piccoli dettagli, magari quattro semplici ruotine montate su un cavallino a dondolo per poterci spingere verso il domani impiegando un po’ meno fatica, rimane la migliore esperienza dell’oggi e del domani.

Articolo originale qui:
http://unantidotocontrolasolitudine.blogspot.it/2017/06/unimprecisa-cosa-felice-di-silvia-greco.html