Raffaella Musicò su Odor di Gelsomino

Il libro di oggi è Un’imprecisa cosa felice di Silvia Greco, edito da Hacca.

Scritta da un’esordiente che fa tutt’altro nella vita, questa storia resta impressa nel cuore. Mi ha fatto tornare in mente una cosa che ho sentito dire a Ginevra Bompiani, che uno scrittore è tale solo se cerca la verità – ecco, Silvia ha scavato fino a trovarla.

Centrato attorno alla mancanza (la zia di Marta, Marisa, muore nel bel mezzo di una vita felice e la madre di Nino muore per un colpo al cuore proprio quando la sua vita poteva tornare felice), il racconto affonda senza fare sconti nelle vite che da questa mancanza vengono sconvolte e ci restituisce la profondità del dolore e il suo essere costante e impietoso. Ci mostra anche come il dolore sia capace di costruire reti per aumentare la sua potenza.

Leggendo le vite di Marta e di Nino sentiamo che un pezzetto del nostro cuore risponde all’appello e dice anch’io!, e si mette a battere precipitosamente, e ritrova in un lampo quella strada sotterranea dalla quale ogni tanto cerchiamo di fuggire ma che è invece la nostra essenza, ci collega tutti, noi esseri viventi.

Marta e Nino – e tutti gli altri personaggi straordinariamente messi in campo da Silvia – giocano la partita più importante della loro vita, che è quella di accettare gli eventi senza poterli capire, con quello che hanno a disposizione: se stessi. Da lì partono e con quello vanno avanti senza diventare eroi, cadendo e rialzandosi, cadendo ancora e rialzandosi ancora, con una capacità di resistere impregnata di mitezza, di disperazione, di ingenuità e di resistenza, spinti in avanti dalla forza della vita, cui hanno il coraggio di abbandonarsi.

È un romanzo molto italiano senza essere mai ombelicale, asfittico o concluso in una realtà definita; è riconoscibile il punto di partenza ma poi, lo dico con grande emozione, si arriva alle stelle.

È semplice, è la vita.

E la scrittura di Silvia Greco, il suo stile pulito e brillante, tonifica con grande forza il percorso dei personaggi, nessuno escluso. Non ci sono sbavature, concessioni all’autocompiacimento, non ci sono iperboli stucchevoli, ma anzi un uso della lingua misurato e attento, al servizio della storia e delle emozioni. Esordiente? Secondo me è una scrittrice, con la S maiuscola.

Complimenti a questa bella casa editrice, che fa lavoro di ricerca e conferma di avere fiuto per le cose belle – a cominciare dalla splendida copertina di Maurizio Ceccato, per finire al lavoro di revisione che non lascia sul campo neanche un refuso.

Leggere libri così fa tornare fiducia ed entusiasmo nel nobile lavoro dell’editore e alza l’asticella per tutti gli altri.

Ma poi inizi a vederci un segno. Lei, lui, loro se ne sono andati lasciandoti un sorriso. Adesso te ne accorgi, lo vedi. Lo acciuffi e te lo rimetti in bocca.

Articolo originale qui:
http://www.elisagelsomino.com/consigli-della-libraia-unimprecisa-cosa-felice-silvia-greco/

Un impreciso #SalTo felice

COVER SALONE

Più che una presentazione, sarà una festa. Dopo 30 anni (eh, sì, perché ero piccina ma c’ero!), approdo al Salone del Libro non più come lettrice, standista, volontaria. curiosa, amica di autori, ladra di libri (..) ma come SCRITTRICE!

Per l’occasione ho voluto accanto a me dei compagni di viaggio eccezionali:

  • LORENZA GENTILE, autrice per Einaudi del romanzo La felicità è una storia semplice. Di argomenti in comune ne abbiamo parecchi!
  • SALVATORE D’ALESSIO, uno dei più attenti e preparati librai d’Italia, direttamente dalla UBIK di Foggia
  • LAURA CASU, amica ex libraia e grande lettrice, compagna di mille avventure con aNobii e storie di libri
  • LUISA TROMPETTO, una delle più brave attrici in circolazione. Le sue letture fanno venire brividi di libidine.

Dunque vi invito con tutto l’entusiasmo e la gioia che ho addosso a partecipare a questo incontro nella MIA Torino, nel MIO Salone, con i MIEI amici. Sarà splendido avervi con me.

Cosa: PRESENTAZIONE DI UN’IMPRECISA COSA FELICE
Dove: SALONE DEL LIBRO DI TORINO – SALA ROMANIA
Quando: SABATO 20 MAGGIO ALLE 15
Perché: PERCHÉ TUTTI CI MERITIAMO UNA BELLA DOSE DI FELICITÀ

Qui i dettagli:
http://www.salonelibro.it/it/?option=com_content&view=article&id=17990:un-imprecisa-cosa-felice-14886&catid=294:2017&Itemid=143

Dieci Buoni Motivi per NON leggere “Un’imprecisa cosa felice” su Giudittalegge

1.     Perché i protagonisti sono degli eterni ragazzini creduloni, contradittori e dal cuore buono. Troppo poco trendy per lettori che cercano personaggi seriosi e risolti.
2.     Perché la storia è una favola moderna con tanto di morale e lieto fine. La realtà è un’altra cosa.
3.     Perché più che un libro, è uno zoo: tra le pagine trovi 11 gatti veri, 1 gatto immaginario, centinaia di lumachine e un cane con un nome improbabile.
4.     Perché si legge tutto d’un fiato in poche ore, e se ti scappa la pipì a metà libro te la terrai finché non l’avrai finito. Non fa bene.
5.     Perché i cavalli a dondolo sono nati per dondolare, non per correre lontano.
6.     Perché il verde è il colore del profumo prati. Nefasta premonizione di una brutta rinite.
7.     Perché ti verrà voglia di scrivere telegrammi per comunicare con i morti e difficilmente troverai una telegrafista ben disposta quando cercherai di dettargliene uno.
8.     Perché è scritto un po’ in prima e un po’ in terza persona. Un  po’ al presente, un po’ al passato. Un po’ con un linguaggio basico come un libro per bambini, un po’ poetico come un poemetto classico e un po’ comico come un testo di cabaret. Cosa si è fumata l’autrice?
9.     Perché ogni volta che andrai al mercato a comprare le uova e te le incarteranno in carta di giornale, resterai profondamente deluso.
10.  Perché quando ti capiterà di calpestare una cacca per strada, non penserai più né “che schifo”, né “porta bene”, ma ti mancherà qualcuno di molto importante.
di Silvia Greco

Angelo Di Liberto su Repubblica

I consigli di Billy su Repubblica Palermo

La felicità nascosta tra le pagine di un libro

Gentili lettori, vi è mai capitato di essere travolti da un’imprecisa cosa felice? Una risata imprevista, magari in una situazione tragica in cui c’è un morto e tutti sono intorno al feretro a testa bassa e una persona, una sola, vi fissa tormentandosi le unghie e indicandovi con gli occhi qualcuno vestito in maniera buffa che si scaccola in santa pace? Oppure mentre un passante cade in maniera maldestra finendo a faccia in giù su un escremento animale?

Ricordo che i miei genitori avevano appena inaugurato la nostra casa di campagna. Una coppia con il figlio si era presentata come nostra vicina e voleva conoscerci. Il pomeriggio era andato avanti in maniera abbastanza noiosa tanto che il ragazzo a un certo punto mi aveva proposto di fare un giro giù in paese in auto. Avevo accettato. Tra una chiacchiera e l’altra, tra una risata e l’altra, passando per un vicolo stretto, aveva rallentato. Alla mia destra, una casetta bassa, di quelle tipiche con le persiane verde scuro, il balcone al primo piano. Di solito dentro sono super rifinite e fuori sembrano ruderi cascanti. Era davvero brutta a vedersi. Il legno rovinato degli scuri scrostati e storti, le crepe nei muri, qualche buco qua e là ma soprattutto un balcone osceno avvolto da quei teli plastificati fatti di foglie finte e stinte dal sole.

M’era scappata una frase: «mamma mia, chissà chi ci abita in quella catapecchia!». Lui con semplicità aveva risposto: «è casa mia». E aveva cominciato a ridere senza potersi trattenere. Più mi guardava e più sghignazzava. Era stato contagioso. Dopo pochi secondi di stordimento m’ero messo a ridere appresso a lui.

È capitato altre volte nella vita di sorprendermi a sbellicarmi per qualcosa o qualcuno. Recentemente è stato per un libro di Silvia Greco dal titolo «Un’imprecisa cosa felice ». Ero in una giornata no, di quelle che se iniziano storte poi temi che finiscano peggio. Mi trovavo a casa, sdraiato sul divano e la copertina bianca di un libro con un cavallino di legno al centro che mi guardava sorridente, mi ha attratto. «Io le compravo le riviste porno, anzi, no, non è vero, non le compravo: me le regalava mio cugino Attilio dopo che aveva fatto i ritratti. Lui era un pittore, non solo il fattorino sfigato di Bortolo, come diceva mia madre. Dipingeva i corpi delle persone mentre facevano quelle cose là, e, visto che non trovava nessuno che posasse per lui (anche perché è difficile stare fermi in certe posizioni), faceva la copia della foto dei giornaletti. Era bravo, prima o poi qualcuno se ne sarebbe accorto e gli avrebbe fatto fare una mostra. Una sera in realtà la fece, in garage. Io lo aiutai». Ho iniziato così a innamorarmi dei personaggi del libro. Quello che ha appena parlato è Nino, un ventenne tontolone, il quale, per una serie di peripezie che non sto qui a raccontarvi, s’invaghirà una ragazza che posa a sua insaputa per riviste hard. Sì, avete capito bene, a sua insaputa. Volete comprendere come sia possibile? Ciò che posso dirvi è che vi divertirete e che godrete di tutti i personaggi, persino dei cosiddetti cattivi. C’è un mondo colorato nella storia di Silvia Greco che non attende di essere salvato ma di esistere, di cogliere l’attimo perfetto dentro di voi. Un’assurda coincidenza che si chiama vita ma che potrebbe definirsi caso o volontà. Ciò che conta è che ovunque siate vi giriate dall’altra parte, perché è lì che quell’imprecisa cosa felice balzerà fuori. Vi troverà sicuramente impreparati ma è proprio questo a renderla speciale.

Un attimo prima tutto sembrava filare storto, c’era un cielo plumbeo e avevate litigato col vostro migliore amico. Poi quell’imprecisa cosa felice accade e vi ritrovate dentro a un pub con una birra davanti e gli occhi dell’amico che sembrano incorniciati apposta per essere perdonati. Succede, come succede che vostro zio vi chieda di saltare dentro alla sua macchina per una tournée teatrale in giro per il paese. Succede. Perché è la vita. Qualsiasi abbiate scelto di vivere. Ovunque abbiate deciso per una volta di essere felici.

L’Antiquario vi saluta.

Carlo Mars su E daje apri sto blog, su

Pessoa, subito. “Fu un momento”
Wislawa, a chiudere. “Sotto una piccola stella”.

“Mi perdonino i morti se ardono appena nella mia memoria.
Chiedo scusa al vecchio amore se do la precedenza al nuovo.
Perdonami, speranza braccata, se a volte rido”.

No, non è una storia pesante.
No, non leggerai e dirai “Dio, che pugno nello stomaco”.
Staccherai un po’ dal tuo mondo quotidiano, magari noioso e asettico,
e viaggerai di fantasia, che ti farà bene.
Leggerai e sorriderai. Ti commuoverai un po’.
Leggerai della morte, ma sarà un sospiro, e poi farai un sorriso.
Capirai che le persone importanti che ci lasciano no, non ci lasciano mai.
Sfoglierai quei capitoli brevi, che a me piacciono tanto, perché sono come le fotografie.
Immediati. Ti sentirai come a teatro, a vedere una commedia.
Come al teatro delle marionette.
Sai che è per bambini, ma rifletti e ti diverti lo stesso.
La bellezza è bellezza, anche sotto un’apparente ingenuità.
Abbraccerai Nino, che arriva in ritardo su tutto, ma la lentezza gli fa restare negli occhi il sogno,
e fa fuggire via le cose brutte.
Nino, che si incanta ad ascoltare una storia, Nino che ritaglia gli sguardi e i volti.
Nino, che, mentre leggo, penso no eh, non fargli succedere niente di male, a Nino, che non lo potrei sopportare.
Che quando penso a “ritardo cognitivo” mi viene un brivido.
In cui c’è tutto, dentro, da un pianto a dirotto a Forrest Gump e alla sua piuma.
Marta è sveglia, invece. Marta corre, Marta pretende, Marta si incazza, Marta che la sofferenza se l’è ingoiata tutta.
Entrambi, a loro modo, hanno in mente un piano di risalita.
Non conoscono bene la strada, ma la troveranno.
Alla fine c’è un sorriso che li aspetta.
E’ una fiaba, una piccola magia, una poesia delicata, questo libro.
Che quando lo chiudi, alla fine, stai bene, senza dover spiegare bene perché.
Ascoltate musica. Mangiate marmellate di consolazione.
Fate a gara di stelle. Mettete un cartello con scritto “oggi chiuso per cose mie”.

“Così la brezza / dice sui rami senza saperlo / un’imprecisa cosa felice”.

Articolo originale qui:
https://edajeapristoblogsu.wordpress.com/

Giuditta Casale su Giudittalegge

Come si può definire la felicità? Impresa ardua, a tratti impossibile. Si può sfiorarla, accarezzarla, ma limitarla in una definizione è come snaturare il concetto stesso di felicità.

imagesEcco perché il titolo del romanzo d’esordio di Silvia Greco, per Hacca, casa editrice dalla raffinata veste grafica e dal catalogo con una forte carica di originalità per scrittura e sguardo al mondo, risulta così felice: imprecisa, la felicità non può che essere imprecisa, e indeterminata come l’articolo che l’accompagna, e infine non può che essere fatta di cose, minute piccole fragili e temporanee come un sorriso, aggiungo io.

Un’imprecisa cosa felice: che è anche la sensazione che accompagna il lettore, e lo lascia sbalordito, perché il libro parla di morte, di inadeguatezza, di perdita, di fragilità. Forse la leggerezza del tono che Silvia Greco sa usare, il modo ironico e storpiato con cui guarda alla realtà faticosa della vita, lo stralunamento dei personaggi che cadono, ma non si disperano e sono sempre pronti a ricominciare e a sorridere alla vita, fanno di questo romanzo un libro felice, in cui si sorride anche nei momenti più tragici, si piange ma poi passa con la carezza di dita che asciugano le lacrime.

Due storie in parallelo. Quella di Nino, che narra in prima persona, con ingenua e dolce inadeguatezza alla vita, che offre uno sguardo straniante sull’amore e sul dolore, e che riesce a trovare la propria dimensione nel “bugigattolo delle cianfrusaglie”, vera metafora dell’esistenza umana. La seconda storia è quella di Marta, narrata in terza persona, rocambolesca e avventurosa: dalla tournée fallita con lo zio, alla difficoltà di trovare un lavoro per mantenersi fuori casa, al matrimonio della madre e alla realizzazione di un teatro casalingo.

Intorno alla perdita di Marisa, all’incolmabilità di questo dolore, il romanzo ruota, ma con leggerezza, prestando alla morte un aspetto grottesco, che la rende umana, così umana da non essere più motivo di disperazione, ma stimolo e incitamento a cercare la propria strada, che finisce per portare i personaggi a incontrarsi e intrecciare le proprie vite: Marta con Nino; Ernesto con Ines e poi con il falegname Peppe.L’infanzia per entrambi è segnata da una carenza, di amore di affetto di complicità, che viene colmata in maniera inattesa: per Nino dal ritorno del padre con due gemelle a cui si legherà e di cui si prenderà cura; per Marta dall’arrivo in famiglia di una donna, Marisa, capace di ricostruire una famiglia che non c’era mai stata, un triangolo pieno di amore, lei lo zio Ernesto che diviene il marito e Marta.

Nino e Marta si sono già incontrati, ma questo sembra ricordarlo solo il lettore insieme con la scrittrice, durante l’infanzia, trascorsa in due paesini limitrofi dai contorni di fiaba.

Nino trascinava un cavallo a dondolo di legno, pur essendo già grandicello per quel gioco, all’ospedale dei giocattoli, che Marisa e Marta avevano fondato in un capanno in giardino. Il cavallo funzionava, non era rotto come i giochi degli altri bimbi che ricorrevano alle amorevoli e miracolose cure di Marisa, capace di far riprendere vita ai giocattoli e ai meccanismi le loro funzioni. A Marisa basta uno sguardo per comprendere la richiesta di Nino:

“Vuoi che il tuo cavallo corra veloce come il vento, Nino?”

E

Dopo un’oretta, Nino uscì dal capanno felice come una pasqua, in sella al suo cavallo di legno rosso. Avvitate alla basa basculante, quattro ruotine giravano veloci a ogni sua spinta con i piedi, portandolo lontano.

La copertina sottolinea con ironia e grazia l’importanza che tale episodio ha in corpo al romanzo. Se proprio si vuole tentare una definizione di felicità, che non perda le sue caratteristiche essenziali di indeterminatezza e imprecisione, un cavallino a dondolo aggiustato e migliorato con quattro ruotine che portano lontano è ciò che più si avvicina al concetto che muove le vite dei personaggi in “Un’imprecisa cosa felice”.

Articolo originale qui: http://www.giudittalegge.it/2017/05/02/unimprecisa-cosa-felice/

Marta Abbà su OmniMilanoLibri

Un’imprecisa cosa felice” è un libro per chi sa apprezzare le cose imprecise, ammaccate, spezzate, rovinate, senza considerarle tristi e inutili ma sfidando sé stesso per riuscire a trovare l’angolatura giusta che permette di scorgerne l’immutata, e imperfetta, bellezza.

E’ un libro anche per chi non sa fare tutto ciò, ma riesce ad affidarsi allo sguardo dell’autrice, Silvia Greco. Hacca Edizioni, pubblicando il suo volume, regala molto più di uno scrigno magico a chi lo apre. Si tratta di una storia a più voci e allo stesso tempo da più storie che trovano come fil rouge la scrittura intensa e allo stesso tempo evocativa di questa impiegata assicurativa al suo primo romanzo.

Nell’intreccio, che alterna due voci ma con esse abbraccia molte più esistenze, con rara capacità di sintesi e intelligente coordinazione, i protagonisti sono la giovane Marta, suo zio Ernesto e Nino, ma anche altri parenti e comparse che compaiono, appunto, mai a caso. E nemmeno in modo impreciso, come potrebbe far pensare il titolo, anzi, puntualmente fanno svoltare un personaggio o una storia verso una felicità imprevista. Oltre che di essere umani affascinanti, con tutta l’aria di essere sbucati da un libro di favole strampalate, il libro di Greco è pieno zeppo di oggetti, tutti segnati dalla vita e dalle esistenze in cui sono capitati per sua mano. Oggetti quotidiani che non ci accorgiamo di avere sotto gli occhi e che nelle pagine di “Un’imprecisa cosa felice” acquistano un potere sensoriale ed evocativo straordinario.

Chi racconta la trama di questo romanzo, pretendendo di farlo in modo preciso, rischia di renderne triste la lettura. E’ un incantesimo, questo, che sembra dimostrare come la felicità e l’imperfezione vadano di pari passo e tengano lo stesso passo di ogni lettore che, a termine delle 192 pagine, non riuscirà agilmente a voltare la faccia alle vite raccontate con tanto appassionato surrealismo. Quello che più sa raccontare la verità imprecisa delle cose e delle persone.

Sorgente: UN’IMPRECISA COSA FELICE DA LEGGERE