Francesca Olivia su Le Parole Verranno

un’imprecisa cosa felice

Un giorno ho incontrato una persona che mi ha detto: “Io non voglio essere chiamata malata. Non voglio che si dica malattia. Non voglio proprio che vengano dette queste parole in mia presenza”. Era molto arrabbiata. Non so nulla di quella persona, del suo passato, del suo vissuto, del suo presente. Non so nemmeno il suo nome. La capisco; in diversi momenti urlava forte dentro di me “Io non sono la mia malattia!”, non volevo che tutto si riducesse solo a questo, non volevo che gli altri non vedessero altro di me all’infuori di questo. Ognuno ha le sue motivazioni e tutte sono valide.
La malattia purtroppo (o per fortuna?) ti mette di fronte a un fatto che tendiamo a dimenticare, a non voler prendere in considerazione, a negare: siamo mortali. Quante volte pensate, parlate, discutete onestamente e francamente di morte? Rispondo io per voi: mai (ci sono argomenti più interessanti, in effetti). Mai, se non siamo obbligati a causa di una malattia o di un lutto. E anche quando lo facciamo usiamo frasi fatte, di circostanza. La malattia e la morte sono argomenti tabù, intimi, che affrontiamo, se li affrontiamo, nella nostra solitudine.
Io stessa non ne parlo, anche se da quando mi sono ammalata ci penso spesso: ho dovuto, mio malgrado, farci i conti con questa eventualità (che tanto eventuale non è, perché è il destino di tutti, è il “quando” a mandarci in crisi). Pensandoci ho scoperto che non ho paura di morire (di soffrire sì), ovviamente spero che accada il più tardi possibile, ma non mi preoccupo, non passo le mie giornate pensando “Oddio e se muoio?!”. Sapete invece qual’è la cosa che mi preoccupa e mi fa davvero stare in pensiero, che mi fa venire un groppo in gola e una stretta allo stomaco? Il pensiero di chi rimane e deve affrontare questa perdita. Al confronto, morire è facile. (Suona forte, mi rendo conto)
Quando ho questi pensieri, quando mi assale la paura, ho un bisogno sfrenato e disperato di essere rassicurata, di sapere che staranno tutti bene, che se la caveranno (VV soprattutto) anche senza di me; ho quasi la necessità di sentirmi inutile, di sapere che non hanno bisogno di me per essere felici e stare bene (egocentrica?). Non vorrei che nessuno soffrisse per me e, se questo è inevitabile, spero passi presto, che ritornino a vivere, a sorridere, a sognare. Un giorno ho letto questa frase su Internet che riassume benissimo che cos’è il dolore per una perdita:
Grief felt like carrying a huge bag of bricks: at first, I thought, ‘I’m not strong enough to carry this much grief; it will kill me.’ But as time passed, the bag got lighter and lighter. I can’t ever put the bag down, it is with me forever, but now I’m strong enough to carry it.
(Il dolore è come portare un’enorme borsa piena di mattoni: all’inizio pensavo “Non sono abbastanza forte per portare tutto questo dolore; mi ucciderà.” Ma man man che il tempo passava, la borsa diventava sempre più leggera. Non potrò mai posare questa borsa, starà con me per sempre, ma ora sono forte abbastanza per portarla.)
Ecco, questo secondo me è il messaggio del libro turineisa di Silvia Greco “un’imprecisa cosa felice” edito da Hacca: un messaggio di speranza, un messaggio di forza.
Resti lì, attonito, stravolto, incredulo, davanti a quella scena assurda. Com’è possibile? Non si può morire così, non puoi crederci. Amore mio, no, ti prego, no, mamma, papà, amica mia, nonno, fratello. Zia. E’ uno scherzo di pessimo gusto.
Ma poi inizi a vederci un segno. Lei, lui, loro se ne sono andati lasciandoti un sorriso. Adesso te ne accorgi, lo vedi. Lo acciuffi e te lo rimetti in bocca.

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