Giuditta Casale su Giudittalegge

Come si può definire la felicità? Impresa ardua, a tratti impossibile. Si può sfiorarla, accarezzarla, ma limitarla in una definizione è come snaturare il concetto stesso di felicità.

imagesEcco perché il titolo del romanzo d’esordio di Silvia Greco, per Hacca, casa editrice dalla raffinata veste grafica e dal catalogo con una forte carica di originalità per scrittura e sguardo al mondo, risulta così felice: imprecisa, la felicità non può che essere imprecisa, e indeterminata come l’articolo che l’accompagna, e infine non può che essere fatta di cose, minute piccole fragili e temporanee come un sorriso, aggiungo io.

Un’imprecisa cosa felice: che è anche la sensazione che accompagna il lettore, e lo lascia sbalordito, perché il libro parla di morte, di inadeguatezza, di perdita, di fragilità. Forse la leggerezza del tono che Silvia Greco sa usare, il modo ironico e storpiato con cui guarda alla realtà faticosa della vita, lo stralunamento dei personaggi che cadono, ma non si disperano e sono sempre pronti a ricominciare e a sorridere alla vita, fanno di questo romanzo un libro felice, in cui si sorride anche nei momenti più tragici, si piange ma poi passa con la carezza di dita che asciugano le lacrime.

Due storie in parallelo. Quella di Nino, che narra in prima persona, con ingenua e dolce inadeguatezza alla vita, che offre uno sguardo straniante sull’amore e sul dolore, e che riesce a trovare la propria dimensione nel “bugigattolo delle cianfrusaglie”, vera metafora dell’esistenza umana. La seconda storia è quella di Marta, narrata in terza persona, rocambolesca e avventurosa: dalla tournée fallita con lo zio, alla difficoltà di trovare un lavoro per mantenersi fuori casa, al matrimonio della madre e alla realizzazione di un teatro casalingo.

Intorno alla perdita di Marisa, all’incolmabilità di questo dolore, il romanzo ruota, ma con leggerezza, prestando alla morte un aspetto grottesco, che la rende umana, così umana da non essere più motivo di disperazione, ma stimolo e incitamento a cercare la propria strada, che finisce per portare i personaggi a incontrarsi e intrecciare le proprie vite: Marta con Nino; Ernesto con Ines e poi con il falegname Peppe.L’infanzia per entrambi è segnata da una carenza, di amore di affetto di complicità, che viene colmata in maniera inattesa: per Nino dal ritorno del padre con due gemelle a cui si legherà e di cui si prenderà cura; per Marta dall’arrivo in famiglia di una donna, Marisa, capace di ricostruire una famiglia che non c’era mai stata, un triangolo pieno di amore, lei lo zio Ernesto che diviene il marito e Marta.

Nino e Marta si sono già incontrati, ma questo sembra ricordarlo solo il lettore insieme con la scrittrice, durante l’infanzia, trascorsa in due paesini limitrofi dai contorni di fiaba.

Nino trascinava un cavallo a dondolo di legno, pur essendo già grandicello per quel gioco, all’ospedale dei giocattoli, che Marisa e Marta avevano fondato in un capanno in giardino. Il cavallo funzionava, non era rotto come i giochi degli altri bimbi che ricorrevano alle amorevoli e miracolose cure di Marisa, capace di far riprendere vita ai giocattoli e ai meccanismi le loro funzioni. A Marisa basta uno sguardo per comprendere la richiesta di Nino:

“Vuoi che il tuo cavallo corra veloce come il vento, Nino?”

E

Dopo un’oretta, Nino uscì dal capanno felice come una pasqua, in sella al suo cavallo di legno rosso. Avvitate alla basa basculante, quattro ruotine giravano veloci a ogni sua spinta con i piedi, portandolo lontano.

La copertina sottolinea con ironia e grazia l’importanza che tale episodio ha in corpo al romanzo. Se proprio si vuole tentare una definizione di felicità, che non perda le sue caratteristiche essenziali di indeterminatezza e imprecisione, un cavallino a dondolo aggiustato e migliorato con quattro ruotine che portano lontano è ciò che più si avvicina al concetto che muove le vite dei personaggi in “Un’imprecisa cosa felice”.

Articolo originale qui: http://www.giudittalegge.it/2017/05/02/unimprecisa-cosa-felice/

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