Giovanna Amato su Poetarum Silva

Il libro ha in esergo una citazione da Fernando Pessoa, da Fu un momento, ma sembra quasi prenderne le mosse: come se tu / senza volerlo / mi toccassi / per dire / qualche mistero / improvviso ed etereo, / che neppure sapevi / dovesse esistere. / Così la brezza / dice sui rami senza saperlo / un’improvvisa / cosa felice. E non è al titolo che penso quando mi sembra che il libro rubi a piene mai a questa poesia, ma al gesto del toccare senza volerlo, dell’apertura attraverso il tocco verso qualcosa di leggero.

Penso questo perché il toccarsi dei personaggi, i loro scontri quando sono troppo vicini e i fortuiti incontri quando sembrano lontani, sono carichi di un’involontarietà che da sola rende più profondi i solchi che si lasciano l’un l’altro, come se l’intenzione (nel fare amicizia, nel programmare un viaggio, nell’innamorarsi) avesse potuto al contrario rendere più blando il loro conoscersi. Per non parlare di quanto involontarie, se si può usare una parola del genere in questo caso, siano le morti raccontate: perché il filo rosso che lega il racconto è l’assurdità della gran parte delle dipartite.

Marta in terza persona, e Nino in prima, sono i protagonisti di Un’improvvisa cosa felice di Silvia Greco (Hacca edizioni 2017), e alternano la loro vicenda durante tutta la prima parte del libro in capitoli brevi come istantanee e con un unico, anonimo incontro. La seconda parte vede dispiegare la loro stramba amicizia: ragazzino naïf lui, che incarta le uova del negozio di sua madre nei giornaletti porno che gli passa suo cugino, ragazza sregolata lei, sovraccarica di un lutto per l’adorata zia morta e insofferente alle regole di sua madre, alla vita di università, alle responsabilità del piccolo lavoro di commessa fioraia del cimitero. Sarà proprio la passione per i giornaletti porno a permettere il loro incontro: passione che, per Nino, è sui generis, dal momento che ritaglia le facce dopo che suo cugino ha usato i corpi come modelli anatomici per i disegni.

Ma ad accomunare Marta e Nino, e i personaggi che gironzolano loro accanto (il padre ritrovato di Nino, la severa Elvira, madre di Marta, e soprattutto la coppia formata dallo zio Ernesto e la compianta zia Marisa, sorta di zia Mame morta per essere scivolata su un escremento di cane), è la perdita assurda, grottesca, la morte che viene a visitare con un gesto ridicolo, una caduta stramba, un coccolone che se non fosse terribile nelle sue conseguenze sarebbe comico. Ecco cosa si dice della morte di Marisa:

L’unico testimone di quell’assurda dipartita, un vecchio barbone – che si era da poco alzato dalla panchina sulla quale stava sonnecchiando per tirare giù un sorso di vino bianco in cartone – disse alla polizia di aver visto morire tante persone: in guerra, di eroina, di cancro, di solitudine, investite da un’auto, ma nessuna fine gli era mai sembrata cosi tragica. O cosi ridicola.

C’è una tragedia sbilenca allora nel lutto, e una inedita difficoltà ad andargli incontro, assorbirlo.
Così come non è mai tragico il linguaggio, ma piano e discorsivo, e a tratti mimetico con grande abilità di invenzione, come nel brano del primo pomeriggio trascorso insieme da Ernesto e Marisa:

Marta segui tutto in silenzio, seduta sulla poltrona di fronte a loro. Non aveva mai visto lo zio cosi gattoso. Gattoso per Marta voleva dire la cosa piu bella di tutte le cose belle, quando di colpo ti fidi dell’intero universo e allora ti strusci e fai le fusa e dai le nasatine contro il mondo e ogni vibrissa e in sintonia con i pianeti e le pance sono morbide e calde e profumano di casa e pane appena sfornato e se mi scegli io ti scelgo perche e cosi che deve andare. Se il destino ti prende e ti dice ehi, tu, si, proprio tu, con il mio potere immenso io ora, adesso, subito, ti nomino sovrano dei felici. Vai e sii gattoso. Devi, puoi.

Consapevoli che l’esistenza, e non solo la morte, si adatta a regole particolari, spesso buffe e di sicuro imprevedibili, come la volta che Ernesto, lo zio di Marta, tentava e tentava di corteggiare la sua Marisa ma lei non aveva intenzione di cedere a lusinghe o regali che fossero troppo banali, e lo teneva enigmaticamente a distanza. Fino all’idea:

Dopo cena presero l’abitudine di sedersi in salotto – tutti e tre – e giocare a carte. O a Monopoli. Lui appena un po’ distratto (Marisa un chiodo fisso), ma allegro e gentile come non era mai stato. E poi c’era la domenica, sacra per Ernesto, con il campionato di calcio da guardare in tivù. Marta non ci capiva nulla, ma le piaceva stare accanto allo zio e sentirlo incitare la sua squadra del cuore o inveire contro l’arbitro o trattenere a stento una parolaccia per un gol subito.
Quella passione che trasudava dai pori dello zio iniziò a coinvolgerla al punto che un giorno gli chiese:
«Mi porti allo stadio a vedere la partita di pallone?»
Lui guardo la bambina – occhi pieni di speranza – e disse: «Ma certo, Stecchino, e dirò di più: non ti porto a vedere una partita qualsiasi, ti porto a vedere la partita delle partite!»
«E cioè?»
«Il derby! Aspettami qui che faccio una telefonata. Tu incrocia tutte le dita che hai».
Marta non aveva idea di cosa fosse il derby, ma incrociò diligentemente tutte le dita possibili.
Marisa accettò entusiasta l’invito allo stadio e si presentò all’appuntamento completamente vestita con i colori della sua squadra. Cappellino, sciarpa, maglietta, tutto era in tinta perfetta. Ernesto, la piccola Marta per mano, indossava soltanto un cappellino, dei colori della squadra rivale.

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